Le storie di zio Totò Pernice - IL PORTAMONETE A MOLLA

Zio Totò detto il Pernice possedeva un portamonete a molla, grande dieci centimetri per lato, nel quale conservava le monete e qualche banconota.

Il solito Vincenzo il fontaniere, un giorno riuscì a fargli sfilare di tasca, da un certo Peppino Romano, amico fidato del Pernice, il portamonete, nei locali del Circolo Operai San Giuseppe.

Vincenzo, come al solito, invitò zio Totò a fare una partita a Primiera con una posta di cinquecento lire a partita. Il Pernice prima di iniziare a giocare volle fare patti chiari come sempre.

  1. si dovevano giocare cinque partite;
  2. chi perdeva doveva pagare alla fine di ogni partita;
  3. lui doveva sedere dando le spalle al muro, in modo che nessuno poteva guardargli le carte;
  4. se qualcuno degli astanti parlava o se il suo avversario non avesse rispettato tutte le regole, la partita in corso, se la sarebbe aggiudicata lui.

I frequentatori del circolo non sapendo dello scherzo del portamonete erano già tutti attorno al tavolo per assistere allo svolgimento della sfida, sicuri che la presenza del Pernice avrebbe garantito il divertimento, anzi, più zio Totò perdeva meglio sarebbe stato.

Il Pernice diede il via al gioco dopo aver guardato tutti in faccia con ironia dicendo: “U sacc ch sìt tutt contra r mia, ma Diu è rann….”.

Si aprirono così le ostilità. Vincenzo, volutamente, commetteva un sacco di errori in modo da far vincere la partita al suo avversario. Così zio Totò vinse la prima partita 11-4.

Vincenzo stava per dare inizio alla seconda partita quando zio Totò diede un pugno sul tavolo: “fèrmat”, disse, “i pìcciul”. Vincenzo si fece pregare un po’, ma poi tirò fuori il portamonete di zio Totò, prese 500 lire, facendo un gesto in modo che tutti vedessero, e li consegnò al Pernice. Zio Totò prese i soldi, li portò sotto il naso come per sentirne l’odore e guardando in faccia tutti quelli che erano attorno al tavolo esclamò: “E ch fa nudd canta? Chin d fangu, sp’ttàt ch pjrd iu?”.

Si diede inizio alla seconda partita che zio Totò vinse facilmente come tutte le altre fino alla quinta. Alla fine di ogni partita, Vincenzo tirava fuori il portamonete del Pernice e lo pagava con i suoi stessi soldi. L’accordo era stato di giocare cinque partite e quando incassò i soldi delle vittorie, il Pernice, si alzò scattando come una molla, mentre Vincenzo lo pregava di dargli la rivincita.

Ma non ci furono argomenti validi per poterlo convincere. Zio Totò teneva i soldi sotto il naso ed era l’uomo più felice del mondo; salì su di una sedia, in modo da guardare tutti dall’alto in basso, si fece il segno della croce: “andate in pace”, disse, “la festa è finita, va iut mal, m par ch stasira c’è mal mangiar, facitìv na l’munata”.

Era raggiante, non succedeva tutti i giorni di vincere cinque partite di fila e si sentiva il numero uno dei giocatori. Si piazzò vicino la porta di entrata del circolo tenendo i soldi bene in vista in modo da farli vedere a tutti quelli che entravano. Li odorava continuamente facendosi grandi risate quando i suoi occhi incrociavano quelli di Vincenzo. “Duman, duman a rvìncita, pacinzia”.

Il fontaniere fece finta di essere arrabbiato per la perdita subita e invitava il Pernice a conservare quei soldi e farla finita in quanto lo scherzo era durato fin troppo. Intanto, a sua insaputa, dentro il Circolo, incominciava a circolare la voce dello scherzo del portamonete, per cui si sentivano le prime risate e tutti erano lì ad attendere la reazione di zio Totò non appena avesse scoperto la verità.

Visto che tutti ridevano e lui non riusciva a rendersi conto di quello che stava accadendo, il Pernice si fece serio e tra sè e sè disse: “Ca c’è puzza r brusciat”. Così mise la mano destra nella tasca della giacca per prendere il portamonete e conservare le 2 mila 500 lire, poi alzò la mano sinistra per cercare nell’altra tasca e con tutte e due le mani controllò tutte le tasche esterne e interne di giacca e pantaloni, ma il portamonete non si trovava.

Intanto tutti guardavano i suoi movimenti e ridevano da matti. Si fece avanti Vincenzo con il portamonete in mano: “Ziu Totò cerca fors stu cos?”. La risata fu generale. Il Pernice capì subito tutto e diventò una belva. Appoggiò le spalle alla porta d’uscita del circolo in modo che nessuno potesse passare: “Nudd nesc viv s prima na m’ntìm i cos a pwst”. Subito dopo incominciò a parlare in italiano in modo da dare più forza al suo discorso e giù nuove regole:

  1. Il porta monete deve tornare immediatamente nella tasca del legittimo proprietario;
  2. visto che i soldi della vincita sono miei, tu caro Vincenzo, hai un debito di gioco di 2 mila 500 lire con il sottoscritto e tu sai che i debiti di gioco si pagano in due modi, o con i soldi o con il sangue;
  3. tutti i signori che si sono divertiti alla mie spalle per uscire dal circolo dovranno chiedermi scusa. Ora non ho più niente da dire, la palla passa a voi.

In quel momento zio Totò era fuori di se. Vincenzo, conoscendolo, sapeva bene che bisognava far passare qualche minuto in modo che il sangue di zio Totò si raffreddasse. E così fece la proposta di una pausa di cinque minuti per esaminare le richieste del Pernice.

Passarono tutti nell’altra stanza e dopo cinque minuti Vincenzo, nella qualità di capo delegazione, rivolgendosi al Pernice disse. “Caro zio Totò, abbiamo esaminato attentamente le sue richieste e come prima cosa abbiamo stabilito che “vossia” ha tutte le ragioni di questo mondo e che noi abbiamo sbagliato nei suoi confronti. Pertanto, a nome di tutti i soci la prego di volerci scusare. Poi abbiamo pensato che la soluzione del problema non sono le 2 mila 500 lire, in quanto il Pernice dei soldi se ne frega. Allora avanziamo la seguente proposta: con il suo permesso vado a casa mia a prendere una bottiglia di vino che tutti le vogliamo offrire e così mettiamo le cose a posto”.

Il viso di zio Totò, che tutto sommato era un uomo buono, di colpo si trasformò. In fondo tutte le sue richieste erano state accolte. Aveva ricevuto le scuse da parte di tutti, quindi, non poteva fare il venale e non accettare la bottiglia di vino. Però, prima volle una informazione: “Scusate la bottiglia di vino è di un litro o di due litri?”. “Di due litri” rispose Vincenzo. A quel punto il Pernice mise tutti a tacere esclamando: “Da quando esiste mondo non è stata mai l’acqua a spegnere il fuoco ma il vino. Affare fatto!.

E fu proprio la forza del vino a fare scoppiare la pace.

Nino Santamaria

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